• lanottolarivista

Guardami, faccio da solo!

Quando si parla di bambini, e soprattutto del loro percorso di crescita, non si può evitare di interrogarsi sul grande tema dello SVILUPPO DELL’AUTONOMIA.


Per prima cosa è bene chiarirsi le idee sul concetto stesso di autonomia:

  • non si tratta mai di un traguardo finito e stabilito, ma è qualcosa verso cui tendere in un costante percorso di avvicinamento;

  • non l’ha inventata un brillante pedagogista di turno, ma fa parte del naturale bisogno dell’essere umano in crescita;

  • lo sviluppo dell’autonomia non ha tempi fissi e modalità univoche, ma è qualcosa di molto personale e dinamico.


Condivisi questi assunti di partenza, possiamo ora focalizzarci su cosa possa fare un genitore, un insegnante o un educatore per incentivare positivamente lo sviluppo dell’autonomia nel bambino.


Innanzitutto vi chiedo di pensare al bambino come a un palazzo in edificazione a cui, per poter costruire i piani sempre più alti, vi si monta attorno un’impalcatura.

Se questa immagine non vi risulta totalmente nuova e innovativa, avete ragione: è stato Vygotskij, uno dei più importanti e famosi pedagogisti del ‘900, a creare questa metafora per spiegare il suo fondamentale concetto legato all’apprendimento di Zona di Sviluppo Prossimale (ZSP).


Perché è importante far riferimento a questa teoria? Principalmente per due motivi:

  • noi adulti, che accompagniamo i bambini nella crescita, siamo solo le impalcature e, come tali, il nostro compito è funzionale e temporaneo. La nostra presenza deve essere limitata al lasso di tempo necessario affinché “il palazzo si sorregga da solo”, l’impalcatura prima o poi DEVE essere tolta;

  • dobbiamo osservare con attenzione il bambino per capire cosa ha già acquisito e fino a dove può arrivare, affinché i nostri stimoli e il nostro sostegno vadano verso quello spazio di azione. Se agiamo su un livello troppo basso, il bambino non può procedere nel suo percorso di sviluppo; se lavoriamo su un livello troppo alto, il bambino non possiede ancora le risorse per affrontare la proposta e si rischia di trasmettergli un senso di inadeguatezza.


Il ruolo che l’adulto deve assumere, perciò, è quello di tutor che supervisiona, accompagna, mostra e incentiva a fare.

Un tutor con doti da equilibrista perché sempre sollecitato ad “aggiustare il tiro” e a ricalibrare costantemente la propria azione sulla base dei feedback del bambino.



Scendiamo ora nel concreto, passando in rassegna alcuni punti su cui porre attenzione:


1) LE TEMPISTICHE


Ogni età è caratterizzata da alcune tappe dello sviluppo che è bene che vengano rispettate. La cosa più importante è procedere con gradualità.

Non è funzionale chiedere al bambino, tutto a un tratto, di riuscire a fare da solo tante cose che prima venivano fatte dall’adulto o con il suo supporto.

Per esempio:

  • per imparare a fare la cartella si può iniziare chiedendo al bambino di aprire lo zaino, svuotarlo dalle cose utilizzate quella mattina e aprire il diario sulla pagina dell’orario. Inizialmente si leggeranno insieme le materie e l’adulto provvederà a selezionare il materiale corrispondente, poi piano piano lo potrà fare il bambino, prima supervisionato e successivamente in completa autonomia;

  • oppure per scrivere la data sul quaderno durante una lezione, inizialmente l’insegnante indicherà da quale quadretto partire, poi farà vedere alla lavagna, poi darà il comando solo a voce, per poi arrivare a non dover dare più alcuna indicazione.

Quando interagiamo con dei gruppi, ricordiamoci che ogni bambino ha i propri tempi di sviluppo, che ogni alunno è diverso e, così, anche che ogni figlio è diverso.


2) LA FIDUCIA E IL RISCHIO


La fiducia deve essere reciproca e va costruita attraverso la relazione. Quanto più essa sarà autentica e significativa, tanto più le parti si sentiranno sicure nel fare e nel lasciar fare.

L’adulto deve aver fiducia e credere nelle capacità e nelle risorse del bambino che ha di fronte, per impedire di innescare un rapporto di dipendenza troppo stretto (ricordiamoci la metafora dell’impalcatura) e anche per scongiurare il famigerato “effetto pigmalione”, in base al quale se una figura di riferimento crede che un bambino non ce la possa fare, anche il bambino stesso finirà per auto-convincersi che sia così e non ce la farà davvero.


Quindi, se vogliamo stimolare in modo efficacie l’autonomia dei bambini, dobbiamo fare i conti con il nostro rapporto con il rischio.

Crescere e imparare sono intrinsecamente collegati al cambiamento che, per sua natura, spesso spaventa.

Perché?

Perché ci allontana dalla nostra comfort zone, ci chiede di metterci in discussione, di rivalutare il nostro io. E questo vale sia per l’adulto sia per il bambino.

Un bambino che impara a fare da solo può far nascere in alcuni genitori un senso di frustrazione: “non ha più bisogno di me”, “non mi cerca più” sono alcuni dei pensieri che possono nascere.

Così come per i bambini: “perché oggi devo fare fatica a farlo da solo che ieri mi aiutava la mamma?”, “il papà è stanco di starmi sempre vicino?”.

Dobbiamo affrontare e far affrontare ai nostri bambini questo rischio, come se fosse un grande salto nel buio. Ovviamente dobbiamo anche calibrarlo, renderlo calcolato, insomma sapere che in quel buio c’è una rete di salvataggio.


3) I FEEDBACK


Di fronte alle nostre richieste e ai nostri stimoli, capiteranno volte in cui il bambino ce la farà e altre in cui fallirà.

Bene, così dev’essere!

Se non fallisse mai probabilmente sarebbe perché non stiamo agendo nella sua ZSP, ma staremmo sempre chiedendo cose che lui sa già fare senza stimolare una crescita ulteriore; se non ce la facesse mai, verosimilmente, sarebbe perché le nostre richieste sono state sempre troppo alte (o non abbiamo trasmesso sufficiente fiducia).

In una situazione di normalità in cui si alternano successi e insuccessi, grande importanza dobbiamo prestare ai feedback:

  • davanti ai successi è bene mostrarsi orgogliosi, soprattutto se arrivati dopo molti tentativi, e sostenere con entusiasmo il traguardo raggiunto;

  • di fronte ai fallimenti evitiamo la negazione - non possiamo far finta che non sia successo - e ragioniamo sul perché dell’insuccesso per ricalibrare la proposta e/o stimolare il bambino a riprovare. Stiamo attenti a non incorrere nello sbrigativo “se non è riuscito subito è perché non è pronto, glielo faccio io ancora per un po’ per sicurezza” e, se abbiamo appurato che non si è trattato di un errore dell’adulto che “ha chiesto troppo”, mostriamoci positivi con il bambino, soffermiamoci con lui per capire cosa non abbia funzionato o per trovare nuove possibili strategie.


Affrontare ostacoli e difficoltà è uno dei modi attraverso cui si può crescere.

Se spianiamo la strada ai nostri bambini, non li stiamo aiutando nel loro personale percorso verso l’autonomia.



L'autrice


Sono Silvia Castagna, una maestra di scuola primaria. Sono laureata in Scienze della Formazione Primaria e da 5 anni collaboro con l’Università degli Studi di Milano–Bicocca, dove svolgo dei laboratori di didattica della matematica.

Nel tempo libero gestisco un blog e una pagina Instagram ("Chi legge vola") dove recensisco libri per bambini e albi illustrati e condivido le mie esperienze scolastiche.


Account instagram: @chi_legge_vola


L'illustratore


Sono Andrea Prandoni, mi sono laureato in Pittura e mi sto specializzando in illustrazione. Grazie a "Nel paese dei mostri selvaggi" mi sono avvicinato alla realtà degli albi illustrati, scoprendo una dimensione capace di coniugare narrativa e immagini. Oltre a realizzare illustrazioni e a portare avanti un percorso di ricerca artistica personale, mi dedico allo studio degli albi e della loro grammatica interna ed espressiva.


Account instagram: @andrea_prandoni


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